La non-cultura del tifo

Per 20 anni di carriera cestistica sono stato al centro del tifo, amico ed avversario. Anche se il basket viene considerato “diverso” in questi anni le cose sono cambiate rapidamente.

Ma è il calcio che continua a dare delle non-lezioni.
Ancora una volta un morto.
Ancora una volta cori razzisti.

Ogni volta la gente si meraviglia e indigna quando accadono cose del genere.
Di solito dura tre giorni. Piano piano l’indignazione e lo sgomento diminuiscono.
Dopo una settimana, tutti dimenticano.
Le prime pagine tornano ad essere piene di polemiche e le trasmissioni sportive discutono ore ed ore di rigori dati o negati.

Succede sempre così.
Due partite a porte chiuse, una senza la curva.
Due giornate ai giocatori.

Questa secondo loro è la soluzione?!?!

Non hanno ancora capito, dopo tutto questo tempo e questi episodi assurdi, che l’unica soluzione è un’altra?!
Al primo ululato razzista, partita sospesa e dieci punti di penalizzazione alla squadra.

Gli ultras fanno disordini? Partita sospesa se stanno giocando, oppure dieci punti di penalizzazione ad entrambe le squadre se gli scontri avvengono prima o dopo la partita.

Sospensione del campionato per un anno.
Vietare le tifoserie organizzate.
Queste sono soluzioni, altrimenti continuiamo a prenderci per il culo e a non cambiare nulla.

Le società ed i giocatori sono i primi responsabili di ciò che accade sugli spalti dal momento che lo accettano senza combatterlo. Lo fomentano con i loro comportamenti o, peggio, con i loro silenzi.

E non è un problema solo del calcio.
È un problema di cultura sportiva che non abbiamo.
Iniziamo a diffonderla ai bambini dalle elementari, per farli crescere sportivi e non tifosi.

L’alternativa è smetterla di meravigliarsi e indignarsi quando succedono queste cose.
Perché tanto, presto o tardi, accadranno di nuovo.

 



Autore: Riccardo Pittis
Speaker motivazionale, Mental Coach e Corporate Trainer. Ex Nazionale di Basket